Niente riforme, siam castristi

Si dice: dopo quasi sessant’anni, Cuba è infine, complice la biologia, entrata nel “dopo-Castro”. E di certo non mancano, a sostegno di tale affermazione, alcuni solidi dati di fatto. Fidel, il Castro per eccellenza, il padre fondatore e “líder máximo”, è morto il 25 novembre di due anni fa, da poco varcata la soglia dei 90 anni ed al termine d’un decennio vissuto, per ragioni di salute, come una sorta di monumento a se medesimo. Ovvero: ancora riverito come un esempio e come un idolo ma, di fatto, ai margini del potere. Appena due mesi or sono, suo fratello Raúl – che nel 2008 l’aveva rimpiazzato al comando del Partito e dello Stato – ha abbandonato la presidenza del Consejo de Estado y de Ministros, cedendo il passo al 58enne Miguel Díaz-Canel Bermúdez, grigio e discreto esponente d’una generazione che, cresciuta dopo il trionfo della rivoluzione è, almeno da un punto di vista anagrafico, lecito definire “nuova”. Ed infine proprio oggi, 2 giugno 2018, cominciano i lavori della Asambea Nacional del Poder Popular, convocata in sessione straordinaria per elaborare, come da Raúl preannunciato ad aprile, una nuova Costituzione. O, almeno, per apportare a quella vecchia – approvata nel 1976 e molto modestamente “ritoccata” nel 1992 e nel 2002 – le modificazioni del caso.

Dopo più di mezzo secolo di molto “rivoluzionario” immobilismo, dunque, oggi a Cuba  tutto epidermicamente sembra, come nel “panta rhei” eraclitiano, scorrere e muoversi. Ma che cosa – e in che modo – sta davvero cambiando? Quanto davvero diverso dal castrismo s’appresta ad essere il post-castrismo?

Dovesse la risposta a queste domande basarsi esclusivamente sulle parole di coloro che, del cambiamento, sono i soggetti ed i protagonisti, l’uso d’un solo vocabolo – anzi di due volendo arricchire il tutto con un avverbio – basterebbe ed avanzerebbe: assolutamente nulla. Perché proprio questo – qui non cambia una virgola – è il senso, letterale e figurato, di quel che, lo scorso aprile, nel solenne momento del passaggio del testimone di fonte all’Asamblea Nacional, hanno detto e ripetuto fino allo sfinimento, in discorsi nei quali il termine “continuità” era il vero ed ossessivo refrain, tanto l’86enne Raúl Castro quanto il non ancor sessantenne Miguel Díaz-Canel. E perché proprio per questo, per garantire la continuità di cui sopra, Miguel Díaz-Canel era stato di fatto preparato – “covato” ha scritto qualcuno – lungo un’assai cauta transizione durata ben sei anni. Fu infatti nel gennaio del 2012, che Raúl lo propose (prevedibilmente sostenuto da un entusiastico voto “per ovazione” della AN) come vice-presidente del Consejo de Estado.

Sei lunghi anni, questi, che da Díaz-Canel sono stati, come da copione, molto sobriamente e silenziosamente vissuti. Prima d’arrivare – con l’aureola del designato erede al trono – alla poltrona di  vice-presidente (condivisa, peraltro, con l’allora già quasi novantenne José Ramón Machado Ventura, forse il più stagionato e solido guardiano della ortodossia castrista), Díaz-Canel era passato, quasi senza lasciare tracce, per l’esperienza della UJC (l’unione dei giovani comunisti), per la segreteria del PCC di Santa Clara, prima, e di Holguin, poi. Ed aveva, infine, occupato la poltrona di ministro di Ministro della Educazione Superiore. Sempre opaco ed impersonale, perennemente dietro le quinte, ubbidiente e taciturno, pressoché impercettibile. O, per ripetere le parole che Raúl gli ha dedicato nel discorso di investitura: “Solido ideologicamente e politicamente sensibile, umile e fedele ai principi della rivoluzione…”.

Fedele – ed impercettibile, impersonale, opaco – quanto basta per attraversare indenne le forche caudine che ogni regime originalmente basato sul culto della personalità sempre impone ai suoi eredi. E, soprattutto, per evitare la sorte che, nel corso degli anni, aveva bruciato – in quello che alcuni castrologi chiamano “l’effetto Icaro” – molti altri possibili e troppo “brillanti” successori. Carlos Lage (ministro economico negli anni plumbei del “periodo especial”), Felipe Pérez Roque (ministro degli esteri), Carlos Valenciaga (segretario personale di Fidel Castro), Fernando Remírez de Estenoz (responsabile delle relazioni internazionali del PCC). Tutti accusati – per ripetere le parole di Fidel – d’avere “assaporato il dolce miele del potere” o, piuttosto, colpevoli d’essersi troppo audacemente avvicinati, con ali di cera, al “sole” del “comandante en jefe”. E tutti messi brutalmente da parte nel corso della medesima purga, agli inizi del 2009. Una sorte analoga a quella che, nei primi anni ’90, già era toccata a Carlos Aldana, per un quinquennio poderoso custode della purezza ideologica della rivoluzione ed implacabile repressore d’ogni fermento intellettuale; e, poco più tardi, a Roberto Robania (segretario della UJC e, anche lui, ministro degli esteri). O, volendo tornare ancor più indietro nel tempo, rievocando ben più tragici eventi, al generale e pluridecorato “eroe della rivoluzione”, Arnaldo Ochoa, fucilato nel 1989 al termine d’un processo-farsa – il più “staliniano” dei molti processi-farsa consumatisi sotto il castrismo – allestito per epurare soprattutto le Forze Armate dai malefici influssi della perestroika gorbacioviana.

Il discorso d’investitura di Díaz-Canel è stato, in effetti, non un’assunzione di responsabilità o, tantomeno, l’esposizione d’un programma d’azione, ma una sorta d’inno allo status quo ed alla propria irrilevanza. Qui, ha detto e ripetuto il nuovo capo Stato e di governo, non v’è spazio alcuno per qualsivoglia forma di “transizione”. Tutte le decisioni che davvero contano continueranno ad esser prese, “per il presente e per il futuro”, dall’uomo che, solo qualche minuto prima, gli aveva formalmente passato lo scettro. E verranno prese – ha aggiunto in una classica mostra d’adulazione rivoluzionaria – “con la stessa fermezza, serenità, maturità, affidabilità e coerenza rivoluzionaria” con le quali Raúl Castro, fedele all’insegnamento di Fidel, ha negli ultimi dieci anni realizzato una “opera colossale” in difesa della rivoluzione e della sovranità di Cuba.

Díaz-Canel aveva – cortigianeria a parte – ovviamente ragione. Nella Cuba castrista, il Consiglio di Stato, il governo ed ancor più tutte le istituzioni elettive non sono che inerti appendici dei due veri (e totalitariamente integrati) centri di potere, le due colonne che, svanito nel 2006 l’incanto del carisma di Fidel, hanno garantito la continuità o, per meglio dire, l’immutabilità, della rivoluzione : Il Partito Comunista e le FAR (Fuerzas Armadas Revolucionarias). Del Partito Raúl resterà “primer segretario” fino al 2021, quando – così ha dichiarato ad aprile, anticipando le più che scontate decisioni del prossimo Congresso del PCC – lascerà anche queste redini nelle affidabili mani di Díaz-Canel. Ed anche le Forze Armate – che peraltro gestiscono ormai direttamente tutti i settori strategici dell’economia cubana, a cominciare dal turismo – restano sotto il suo totale controllo.

Tutto come prima, dunque. Tutto come sempre, in un quadro politico-lessicale nel quale la parola “riforma” è stata rigorosamente bandita dal regime. Cinque anni fa, quando lanciò un audace (anche se non del tutto inedito) programma economico teso a consegnare in forma massiccia alla iniziativa privata – il cosiddetto “cuentapropismo” – settori marginali dell’economia, Raúl fu molto chiaro. La rivoluzione si “aggiorna” e si “perfeziona”, ma non si riforma. La rivoluzione si muove, ma solo girando attorno a se stessa. La rivoluzione non si riforma – questo il non pronunciato ma chiarissimo significato del concetto – perché se si riforma muore. E del resto proprio questo – la coscienza della “irriformabilità” del cosiddetto “socialismo reale” – era stato quel che, sul finire degli anni ’80, aveva separato Fidel Castro da Gorbaciov e da quella Unione Sovietica alla quale, nella Costituzione del 1976, la Cuba castrista aveva giurato “eterna amistad”, amicizia eterna.

Raúl e Miguel, accompagnati dal coro dell’intero Poder Popular, non hanno lasciato margini a dubbi: non solo non ci sarà alcuna “restaurazione del capitalismo”, ma nulla cambierà nella natura totalitaria  del regime. Il socialismo – o quello che il regime chiama con questo nome – resterà “irreversibile”. Il partito resterà non soltanto l’unico partito, ma – come recita l’attuale costituzione – la “forza superiore di direzione della società e dello Stato”.

Fin qui le parole. Tutte prevedibili, scontate. Nessuno – o, almeno, nessuno che avesse una minima conoscenza della realtà cubana – poteva attendersi diversi accenti da Raúl e dal suo molto docile successore. Ma come si sta muovendo, dietro l’ossificata realtà del cerimoniale rivoluzionario, la società cubana? Qui tutto appare più ambiguo ed indecifrabile. Perché la Cuba nella quale si va realizzando – all’insegna del rifiuto d’ogni transizione – il cambio della guardia post-castrista, proprio questo sta in realtà vivendo: una transizione la cui profondità è estremamente arduo sondare.

In che misura gli “aggiornamenti” di Raúl hanno cambiato, allentando i cordoni della dipendenza dallo Stato, il modo di vivere dei cubani? In che misura hanno aperto le porte – una prospettiva, questa, che Fidel sempre aveva aborrito – alla formazione di una società civile, a nuove ed autonome forme di espressione? Due anni fa, l’apertura politica operata da Barack Obama – ora bloccata da Donald Trump – in queste ancora inesplorate acque aveva cercato di navigare in direzione del nuovo. E proprio per questo era stata brutalmente censurata, in una riunione per quadri di partito, dall’allora “delfino” Miguel Díaz-Canel.

Che cosa resta di tutto ciò? E, se qualcosa resta, a quali conseguenze può portare? Nel 1994 – al culmine del “periodo especial” seguito alla caduta dell’Unione Sovietica ed alla scomparsa dei suoi generosi sussidi – quando le sofferenze della gente si riversarono nel Malecón (il lungomare) dell’Avana, Fidel rifece quel che aveva fatto 12 anni prima, durante la cosiddetta crisi del Mariel: aprì la valvola d’una immigrazione caotica e disperata, quella dei “balseros”, verso il paese dal quale – non senza eccellenti ragioni – si sentiva aggredito. E decine di migliaia di persone si lanciarono su imbarcazioni di fortuna  – moltissime perdendosi negli abissi – nelle acque dello stretto della Florida. Difficile è immaginare che – mentre, sull’onda della catastrofe venezuelana, una nuova crisi si profila all’orizzonte – questa valvola possa riaprirsi oggi. Che accadrà? Quali cambiamenti, quali riforme, quali storiche svolte possono maturare – a dispetto delle parole di Raúl e di Diaz-Canel – in questi panorami?

Impossibile rispondere. Ma non costa nulla sperare che nella “irreversibile” Cuba socialista possa infine, per la forza delle cose, paradossalmente capovolgersi l’ormai proverbiale logica del Gattopardo. “Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi” dice il giovane Tancredi al conte di Salinas nel celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E questo, ribaltato come un guanto, potrebbe risultare domani – di fronte alla realtà ed alla storia – il vero e finale significato delle mummificate parole con le quali Raúl ed il suo delfino hanno, lo scorso aprile, scandito il cambio della guardia. Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto resti com’è…Molto improbabile, ma non si sa mai…

 

 

 

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