Un “tuitazo” por la culata

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Lo confesso: l’avevo dimenticato. Non il fatto in sé, ovviamente. E non i suoi attori, il suo significato. Ma la data sì, quella – devo ammetterlo con tutta l’onestà che s’addice ad un eroico bovino – m’era passata di mente. E giusto mi sembra, a questo punto, ringraziare quanti – a cominciare da Cubadebate – hanno, non per pietà, ma per paura, contribuito a riaccendere la memoria. Poiché così stanno le cose. Oggi, 24 febbraio, cade il secondo anniversario della morte di Orlando Zapata. Ed a rammentarcelo sono oggi, con la prepotente chiarezza di un richiamo all’ordine, proprio gli apparati di propaganda on line del regime che della morte di Zapata è stato (ed è) l’ovvio responsabile morale. L’invito è perentorio: twittare, twittare senza sosta per dire “lo que la prensa libre calla”, twittare al punto da scuotere la quiete del cyberspazio ed il “silenzio dei media al servizio dell’Impero” con un vero e proprio “tuitazo”, un’incontenibile ondata, uno tsunami di tweets che contrasti, anzi, che stronchi sul nascere “el periodismo que  se prepara (in occasione dell’anniversario n.d.r.) a denigrar Cuba”…

Chiamatela, se vi pare, un’operazione di “contro-denigrazione preventiva”. Prima che, in campo nemico, le celebrazioni abbiano inizio – questo l’ovvio senso dell’iniziativa – occorre diffamarne, anzi, ri-diffamarne in forma massiva l’oggetto. Più precisamente: occorre tornare – cosa che Cudadebate ed i suoi seguaci fanno con la consueta, torva assenza di fantasia – a refutare ogni possibile motivazione ideale o politica del caso, reiterando il sinistro epitaffio “oficialista” che, urlando,  rammenta al mondo come il caro estinto altro non fosse (anche lui come, più di recente, Wilman Villar) che un volgarissimo “delinquente comune”, nulla più che un individuo asociale e violento, una scoria che una dissidenza artificialmente creata dal “nemico esterno” (Orwell docet) ha artatamente cercato di trasformare in eroe, al fine di creare le condizioni per una operazione militare contro Cuba (l’idea che le “potenze imperiali” vogliano fare di Cuba una “nuova Libia” è nei post e nei tweet del “tuitazo”, una sorta di ritornello).

Va da sé che – per dirla in castillano – el tuitazo le salió por la culata a los blogueros de la revolución (traduzione libera in italiano: il blogger rivoluzionari si son dati il tuitazo sui piedi). Perché, come già due anni orsono, quello che lo tsunami – se così vogliamo chiamare un’onda che ha appena increspato le acque della Rete – ha davvero finito per ricordare è, in effetti, la realtà d’un regime che ha paura della parola che e’, per questo, costrettad infierire sulle proprie vittime, disumanizzandole. O meglio: d’un regime che, avendo abilito la liberta’ di pensiero, e’ obbligato a mentire, perché la menzogna è condizione della sua esistenza. Orlando è, in questi anni, morto molte volte. Quando un lungo sciopero della fame – consumato, è bene ricordarlo, perché chiedeva di esser riconosciuto come prigioniero politico – ha finito per stroncarlo. Quando i suoi assassini hanno cercato di calpestarne la memoria “azzerando” le motivazioni della sua protesta. E, infine, quando sua madre, giunta a Miami, è stata usata (o si è lasciata usare, poco importa) dall’altro lato della tragedia cubana. Ovvero: da quella parte dell’esilio che meglio riflette, in forma capovolta, l’autoritarismo, l’intolleranza, l’immobilismo e la gerontocratica ottusità del regime al quale si contrappone. E che, nel contempo, di quel regime è, in forma di storica giustificazione, il più importante puntello (davvero triste la cerimonia delle deposizione delle ceneri di Orlando nel mausoleo dei caduti della Baia dei Porci).

Poi è arrivato il “tuitazo”. E, due anni e molte infamie dopo, ci ha infine restituito, ingigantito ed illuminato dalla paura che del tuitazo è la vera molla, la più semplice e la più chiara delle verità. Una verità che nessun tsunami può cancellare. Orlando Zapata Tamayo è morto vittima di quell’eterna ingiustizia che si chiama assenza di libertà. E come tale è giusto ricordarlo e celebrarlo. Tutto qui. Grazie Cubadebate per averci aiutato farlo nel secondo. A te e a tutti i “blogueros revolucionarios” che ti hanno seguito in questa battaglia va la gratitudine eterna dell’eroico bovino.

 

 

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