Il regime castrista, si va giorno dopo ripetendo in quel di Washington D.C., è ormai giunto al capolinea. Ma a quanto pare sarà proprio qualcuno che porta il cognome Castro a negoziarne la fine o, per meglio dire, l’accesso ad una seconda e più prospera (trumpianamente prospera) vita.
Questo, almeno, è quel che sempre più nitidamente si deduce dalla lettura di cronache che – senza molti dettagli, ma con molto fumosa insistenza – ci informano sullo stato dei rapporti tra una Cuba strangolata dalla forzata interruzione d’ogni rifornimento energetico e la “grande potenza” che quei rifornimenti ha forzatamente interrotto in un dichiarato e “storico” endgame. Strangolato (o strangolando) e strangolatore, ci assicurano infatti queste cronache, stanno alacremente negoziando o, quantomeno, stanno intensamente dialogando nella prospettiva d’un accordo che ha per oggetto un “radicale cambio di regime”. Protagonisti del dialogo: il molto cubano Segretario di Stato Marco Rubio, da un lato, e, dall’altro, personaggi che, nelle vesti di plurimi interlocutori, portano il cognome che, col regime, più radicalmente e semanticamente si identifica.
Giorni fa, come già riportato da La Voce di New York, i nomi erano quelli di Alejandro Castro Espín e di Oscar Pérez Oliva Fraga. Figlio di Raúl Castro (e, ovviamente, nipote di Fidel) il primo. Figlio di Angela Castro la più anziana delle sorelle di Fidel e Raúl e, pertanto, di Fidel e Raúl nipote), il secondo. Il primo assurto cinque anni fa alla carica di capo dei servizi di intelligenza (ma poi misteriosamente entrato in una zona d’ombra dalla quale è altrettanto misteriosamente uscito giusto in questi giorni). Il secondo, attuale ministro del Commercio Estero. E, giusto ieri, in quello che ha presentato come uno scoop, Axios ha aggiunto alla lista un altro nome. Anzi: “il” nome (con identico cognome): quello del quarantunenne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, soprannominato “el Cangrejo”, il granchio, figlio di Deborah Castro Espín, figlia maggiore di Raúl, e di Luís Alberto López-Callejas, militare di altissimo rango che, fino alla sua morte per attacco cardiaco, nel 2022, aveva diretto il Grupo de Administración Empresarial S. A. (GAESA).
Vero o falso? Data la molto vaga natura dello scoop, è impossibile dirlo. Di certo, tuttavia, l’entrata di Raúl Guillermo Rodríguez Castro nel novero dei potenziali “Delcy Rodíguez” cubani – ovvero, nelle vesti di possibili protagonisti d’una “soluzione alla venezuelana” – appare strana alla luce dei precedenti. Contrariamente ad Alejandro Castro Espín e ad Oscar Pérez Oliva Fraga, infatti, “el Cangrejo” era stato in passato identificato non tanto con il potere reale – quello che decide e punisce – quanto con i suoi più lussuriosi, scollacciati ed indignanti risvolti.
Non è facile, anche in questo caso, distinguere il vero dal falso. È però un fatto che uno dei cardini della propaganda anticastrista sempre è stata, specie in quel di Miami, la (in genere piuttosto mal documentata) descrizione d’un regime la cui casta governante si abbandonava, mentre condannava ad una umiliante povertà ed all’esilio i suoi sudditi, ai più lascivi e dispendiosi eccessi.
Molti, tra i suoi denigratori, erano convinti che l’incarico che gli veniva attribuito – capo dei servizi di sicurezza che facevano da scorta a suo nonno Raúl – non fosse, in realtà, che la facciata d’una esistenza licenziosa e parassitaria. Ed a riprova di tutto ciò, qualche anno fa erano circolate foto della sua “fastosa” cerimonia di nozze nel 2008, quando non aveva che 23 anni. Torte monumentali, champagne e abiti griffati…
Per farla breve. Contrariamente a suo padre, Luis Alberto López-Callejas, Raúl Guillermo era stato fin qui – difficile dire quanto giustamente – identificato molto più con Maria Antopnietta che con Richelieu. A dispetto di tanta fama, sarà comunque lui, il giovane debosciato che appare in quelle immagini, il demiurgo della “soluzione venezuelana” in fieri?
Si vedrà. Tre cose, intanto, si possono però dire. La prima: cominciata con Castro, con Castro la rivoluzione cubana sembra destinata a finire. E questo non solo perché – come spesso viene correttamente ricordato – il governo Usa intende evitare, a Cuba come in Venezuela, gli errori a suo tempo commessi in Iraq, con la “de-baathificazione” del paese. In questo caso – e questa è la seconda cosa – gioca infatti, e con tutta evidenza, un altro e, se vogliamo, molto più materialmente immediato fattore.
Tutti e tre i Castro in questione hanno infatti, oltre al cognome, una cosa in comune. Tutti e tre vantano un, più o meno diretto, rapporto con GAESA, l’impresa militarizzata che, a Cuba, controlla il 70 per cento dell’economia cubana e la quasi totalità dell’industria turistica. Il che lascia intendere che proprio questo sia il punto chiave – se una chiave davvero esiste – delle conversazioni in corso. Sarà il turismo – hotel, gioco d’azzardo, campi da golf – il petrolio cubano? Non pochi ne sono convinti. E a supporto di tanta convinzione vanno in questi giorni ripubblicando – basta un breve viaggio sui social per assistere allo spettacolo – le foto della vecchia e rutilante Avana anni ’50, con i suoi casinó, i suoi night club, il suo traffico e i suoi negozi pieni d’ogni ben di Dio. Back to the future? In un certo senso sì.
Fu in questa Avana – capitale d’un protettorato impoverito, oltre i bagliori del consumismo turistico, dalla sua dipendenza da interessi economici esterni e governato, sotto la protezione Usa, da un dittatore sanguinario – che Fidel Castro ed i suoi “barbudos” entrarono trionfalmente il primo gennaio del 1959, accolti come liberatori da un paese che reclamava indipendenza e libertà. L’acqua di 67 anni di Storia è passata, tra luci ed ombre (sempre più ombre che luci) sotto i ponti di Cuba. E l’Avana – una Avana oggi in rovina – sembra pronta a ritornare ai tempi del protettorato. Da Castro a Castro, lungo una parabola che dal “cortile di casa” è partita ed al “cortile di casa” sta per ritornare.
Soltanto qualche mese fa, l’Amministrazione Trump ha definito nella sua “National Security Strategy of the United States” – ribattezzata “Donroe Doctrine” – la sua egemonica relazione con il “continente americano”. Ed in nessuna parte del documento appare la parola “democrazia”.
E qui viene la terza cosa. Prima del 1959 la dittatura di Fulgencio Batista era stata perfettamente funzionale agli interessi degli USA, come funzionali erano stati, dopo il 1902, anno della formale conquista dell’ indipendenza, tutti i presidenti-fantoccio che l’avevano preceduta. E funzionale potrebbe oggi tranquillamente tornare ad essere – specie alla luce degli interessi immobiliari di Donald Trump – una appena ritoccata replica, nei cognomi e nei fatti, della lunga (ed alla lunga fallimentare) dittatura castrista.
Si riaccendono le luci dell’Avana? Forse. Ma non per illuminare un ritorno ad una libertà che non fu. Quella che si sta preparando nell’ombra ha, infatti, tutta l’aria d’essere una classica – ed a suo modo molto semplice – spartizione del bottino in chiave neocoloniale. Come in Venezuela, ma senza petrolio.

