L’Avana da Trump sognata

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Dopo il Venezuela, Cuba. Sessantasette anni dopo il trionfale ingresso all’Avana dei “barbudos”, la rivoluzione castrista è – per pressoché unanime consenso – giunta al suo capolinea. E di fronte a sé non ha che due possibili destini: negoziare, senza alcun potere di scambio, i termini della propria resa, o morire per fame. Tertium non datur. “Cuba ha i giorni contati” è, di questi tempi, la frase più gettonata. E per contare quei giorni non serve, si va ripetendo, alcuna calcolatrice. Le dita delle due mani potrebbero, forse, bastare. Con in ogni caso la certezza che il morituro, per male che vada, non vedrà l’alba del 2027.

Donald J. Trump già lo aveva molto chiaramente sentenziato – pur attraverso il suo notoriamente ingarbugliato ed infantile uso della lingua di Shakespeare – lo scorso 11 gennaio, quando l’operazione “Absolute Resolve” ed il sequestro di Nicolás Maduro non erano vecchi che d’una settimana. Grazie al fatto che il Venezuela si trova ora “sotto la protezione della più grande potenza militare del mondo”, aveva scritto su TruthSocial il presidente degli Stati Uniti, a Cuba non arriverà più né una goccia di petrolio, né un centesimo danaro. E così aveva, infine, perentoriamente (o “corleonescamente”) chiuso il suo post: con la classica “offerta che non si può rifiutare”. Cuba deve chiudere un accordo (MAKE A DEAL”). E chiuderlo “PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!”.

Quale “deal” ha dunque in mente il “commander in chief” della “più grande potenza militare del mondo”? O, ancor meglio: dando per scontato, come moltissimi danno, che non più di “se” si tratta, e che il “quando” è, comunque, ormai dietro l’angolo, che cosa si può dire del “come”? Più in concreto: in che modo, in che direzione cadrà – se davvero cadrà – il regime castrista? E con quali conseguenze?

Qui tutto diventa tenebra. Dalle cronache, fumosamente si ricava l’impressione che la “più grande potenza militare del mondo” abbia in mente una “soluzione alla venezuelana”. Ovvero: che stia cercando – o forse già abbia trovato, come Mike Hammer, rappresentante diplomatico Usa all’Avana, ha pochi giorni fa lasciato chiaramente intendere in una intervista su Telemundo – un Delcy Rodríguez cubano. Vale a dire l’uomo (o la donna come nel caso venezuelano) capace di garantire una “ordinata” transizione nella direzione desiderata dal nuovo padrone. O, più precisamente: nei termini imposti da chi, mentre Cuba è con la corda al collo, manovra la leva del capestro.

Un Delcy Rodriguez cubano

Due nomi stanno circolando. Quello del figlio di Raúl Castro, Alejandro Castro Espín, sei anni fa assurto alla carica di gran capo dei servizi segreti e quindi misteriosamente svanito nel nulla, per poi altrettanto misteriosamente riapparire, giusto in questi giorni, al lato del presidente Miguel Díaz-Canel. E quello di Oscar Pérez Oliva Fraga – anche lui parte della vecchia famiglia reale, essendo nipote di Angela Castro la più anziana delle sorelle di Fidel e Raúl – attuale ministro del Commercio Estero, nonché gestore di GAESA, la poderosa impresa turistica di proprietà delle Forze Armate. Dettaglio, questo, che ha spinto qualcuno ad ipotizzare – memore delle macabre fantasie trumpiane sulla Gaza-Riviera – possibili accordi per la proliferazione di Trump Luxury Beach Resorts lungo le bianche spiagge del Caribe Cubano.

Fake News? Stupidaggini? Si vedrà. In attesa degli eventi, occorre però considerare tre cose. La prima: Cuba non è il Venezuela. E, al di là delle fantasie sui Trump Beach Resorts, non ha nulla – petrolio o altri preziosi – in grado di saziare, in una logica di do ut des, gli appetiti del drago imperiale. Nulla, ovviamente, tranne la propria morte per soffocamento.

La seconda: Non è la prima volta (né la seconda, né la terza volta) che la rivoluzione cubana viene data per spacciata. Lo stato d’assedio – con il correlato annuncio d’una morte imminente – è anzi stato, fin dai primi vagiti del castrismo, parte integrante, imprescindibile d’una storia che, oggi finita nel vicolo cieco documentato dalle cronache, a Cuba ha regalato dignità e miseria, libertà e oppressione, gloria e vergogna. Impossibile è comprendere la storia del castrismo (e la sua deriva sovietico-totalitaria) separandola da quella dell’ “embargo”. Non è stato certo “solo” per l’embargo che il castrismo è diventato dittatura. Ma certo è che dittatura ed embargo sono da sempre – l’una come alimento dell’altro, causa ed al tempo stesso effetto – inseparabili parti d’una stessa storia. E di una storia che, dal lato cubano è stata – e continua ad essere, messa da parte ogni utopia rivoluzionaria – soprattutto una storia di sopravvivenza.

Un laboratorio dell’imperialismo

Terza cosa (last but not least): Cuba non è mai stata, per gli Stati Uniti d’America, un paese come un altro. È stata, al contrario, fin dai giorno della Dichiarazione d’Indipendenza, la vera e più immediata unità di misura delle sue imperialistiche ambizioni d’emergente potenza continentale. D’una possibile, anzi, “inevitabile” annessione di Cuba già avevano dissertato Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e John Adams. Ed è di fatto a Cuba che, agli albori del XX secolo, l’imperialismo USA ha conosciuto il suo vero battesimo allorquando – in una simulazione di aiuto militare alla insurrezione antispagnola – ha di fatto rubato la vittoria che i patrioti cubani già avevano, al termine d’una più che trentennale e sanguinosa lotta, di fatto conseguito.

La Repubblica di Cuba nasce, nel 1902, come un protettorato Usa. Ed è in questo protettorato che, come in un laboratorio, gli Stati Uniti hanno a partire da allora, uno dopo l’altro sperimentato tutte le possibili varianti di pratica imperialista. Interventi armati, “nation building” e “regime change”, nomine di presidenti-fantoccio, dominio economico, assoggettamento culturale, imposizione di trattati-capestro (vedi Guantanamo). E poi, dopo il ’59, sanzioni commerciali, operazioni clandestine, terrorismo, propaganda radiofonica, tentavi di omicidio (diverse decine quelle documentate ai danni di Fidel).

 Una cosa non va mai dimenticata. Quello che è oggi un regime dittatoriale dato per morto – e che di certo è da tempo una dittatura e che forse davvero ha “i giorni contati” – nasce, contro le ambizioni imperiali degli USA, come prima vera affermazione della identità nazionale cubana.

Avremo modo di tornare più in dettaglio su questo aspetto della vicenda. Ma intanto si può partire da quest’ultimo punto non per prevedere – cosa oggi del tutto azzardata – come andrà a finire la storia, ma per intuire almeno come questa fine, o questo “deal”, si profila nella narcisistica mente dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

C’è un punto – una sorta di non-monumento o un ex-monumento– che all’Avana è, da 67 anni, un paradossale simbolo del ripudio del protettorato che fu e che, molti temono, è sul punto di risorgere dalla pattumiera della Storia. Si trova, quel non-monumento, nel quartiere del Vedado, lungo quella che è conosciuta come “G” o “Avenida de los presidentes”, un ampio e bellissimo viale che dalla Plaza de la Revolución scende fino al lungomare del Malecón. E solennemente celebra, al di sopra di un molto elaborato basamento marmoreo, un paio di piedi di bronzo. Ovvero: quel che resta della statua a suo tempo dedicata a Tomás Estrada Palma, primo presidente della Repubblica (di fatto scelto in quel di Washington D.C). Statua abbattuta dalla folla in festa nelle primissime ore della rivoluzione del ’59.

Su due cose si può scommettere. La prima: che Donald Trump non ha – né gli interessa avere – la più pallida idea di chi sia stato Tomás Estrada Palma. E che – la seconda – pur nell’ignoranza d’ogni storico precedente, venuto a conoscenza dell’esistenza d’un piedistallo vuoto (piedi a parte) in quella che a tutti gli effetti è una “prime location” della capitale di Cuba, non esiterebbe a prospettare l’erezione di una statua, ovviamente di monumentali proporzioni e ovviamente in oro, a se medesimo dedicata

Una prospettiva ridicola? Certo, per tutti. Ma non per Donald J. Trump. Ed è per questo che il futuro – e non solo quello di Cuba, comunque finisca la storia destinata a diventare un paese a sovranità limitata – resta ovunque avvolto in una nuvola nera.

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