Non ci sarà, per Cuba, una “soluzione venezuelana”. Non emergerà, dalle tenebre che oggi avvolgono l’isola, alcuna Delcy Rodríguez. l’Avana non conoscerà – come sta accadendo a Caracas all’ombra del petrolio – alcun viceré in grado di governare gattopardescamente il paese, cambiando tutto senza che nulla cambi. Non ci sarà, a Cuba, una soluzione venezuelana, ma, come in Venezuela, potrebbe esserci un “raid” armato analogo a quello che, all’alba di questo 2026, portò all’arresto, o meglio, al sequestro, di Nicolás Maduro.
Questo e anche qualcosa di più di questo potrebbe, a breve, accadere a Cuba. Come a gran voce e in continuo crescendo va reclamando l’ala dura dell’esilio cubano – che è poi l’unica ala che davvero conti in quel di Miami o di Washington D.C. – quel raid potrebbe sopraggiungere in forma di “upgrade”. Ovvero: d’una molto più ampia e “definitiva” operazione militare. Anzi, come una vera e propria invasione, una nuova (e questa volta vittoriosa) Baia dei Porci.

O forse no. Forse nulla di quanto sopra accadrà, almeno nell’immediato, come ieri ha lasciato in qualche modo intendere proprio il “capo di tutti i capi”, Donald J. Trump. “Cuba? – ha detto ieri il 47esimo presidente Usa rispondendo al volo alla domandi di un giornalista, mentre andavano accavallandosi le notizie – non vedo, al momento, alcuna “necessità d’una escalation”. Anche se, ovviamente, rimane, il presidente Usa, convinto che Cuba sia, come solo qualche settimana fa ha dichiarato, “roba sua”. Qualcosa che può prendersi, “take”, in qualsivoglia momento per farne “whatever I want”, quel che più gli aggrada.
Questo – vale a dire, tutto ed il contrario di tutto – è quel che, allo stato delle cose, si può confusamente dedurre da due eventi che, con ovvia interconnessione, hanno conosciuto due giorni fa gli onori della cronaca.
Primo evento: l’accorato messaggio televisivo che, in spagnolo e con sottotitoli in inglese, il Segretario di Stato Marco Rubio ha rivolto, nel nome di Donald Trump, al “popolo cubano”, offrendogli “a new path”, un diverso e luminoso cammino, un inedito e splendente capitolo nelle relazioni tra gli Stati Uniti e una “nuova Cuba”.
Secondo evento: l’annuncio, da parte del Department of Justice, della formale incriminazione di Raúl Castro – l’oggi 94enne fratello del “comandante en Jefe” Fidel Castro, e storico “numero dos” del governo rivoluzionario – per l’abbattimento di due aerei CESSNA appartenenti alla ONG “Hermanos al Rescate”, avvenuto il 24 febbraio del 1996. Quattro persone erano, come molti ricorderanno, morte in seguito a quell’attacco.
Niente “soluzione venezuelana”
Il discorso televisivo di Rubio è in effetti riecheggiato, con messianici accenti, come una vera e propria svolta politica. O, meglio, come una definitiva sconfessione dei negoziati che, con lui come protagonista, parevano fino a ieri preannunciare, per l’appunto, una possibile “soluzione venezuelana”. Rubio, si raccontava, sta confrontandosi, alla ricerca di una soluzione (o, più prosaicamente, d’una o d’un Delcy Rodríguez cubano) con quello che a Cuba è, da tempo, il “vero potere”. Ed un potere il cui cognome continua, inesorabilmente, ad essere Castro.
In concreto: prima del discorso di ieri, Rubio andava, stando alle cronache, alacremente trattando con i dirigenti di GAESA, la grande corporazione militare che – a partire dal turismo – da tempo gestisce i più pregiati pezzi dell’economia cubana. Interlocutore privilegiato di questo confronto “alla venezuelana”: Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote preferito di Raúl, figlio di Deborah Castro e del recentemente defunto generale Luis Alberto Rodríguez López-Callejas, considerato la mente creatrice di GAESA.

Quello di Rubio è stato in effetti, a fronte di queste molto insistenti e mai smentite voci, un vero e proprio ribaltone, un lungo ed implacabile (anche se, dati i precedenti, non troppo credibile) j’accuse contro GAESA, ora (perlopiù correttamente ma con più che ovvia strumentalità) descritta come l’odioso e non riformabile nucleo d’un regime rapace, incompetente ed irrimediabilmente corrotto. Non credete, ha detto in sostanza il segretario di Stato, rivolgendosi al “martirizzato” popolo cubano, a quanti vanno ripetendovi che la causa delle vostre sofferenze è l’embargo, vecchio o nuovo che sia. Alla base della tenebrosa catastrofe che è diventata la vostra quotidiana esistenza c’è un potere – GAESA per l’appunto – che, a esclusivo beneficio della cricca che la dirige, si appropria delle ricchezze del paese, divora quel che a tutti voi appartiene. Ed è a fronte di questa tragedia che Donald Trump vi offre ora una nuova e luminosa strada (“path”) verso la libertà e l’opulenza. Percorriamola insieme.
Dove questa strada cominci (uno sbarco dei marines, come sembra desiderare l’esilio cubano?) e dove finisca (un “bagno di sangue”, come minacciato dal governo cubano nel caso d’una invasione?) non è affatto chiaro. Chiara – e chiara fino al ridicolo – è invece, anche in questo caso, la natura strumentale della incriminazione di Raúl Castro. Perché strumentale? E perché ridicola?
Per le stesse ragioni per le quali strumentali e ridicole sono, in queste ore, per chiunque valuti con parametri minimi di serietà i reali rapporti di forza, tutte le denunce in merito all’imminente “pericolo per la sicurezza nazionale degli USA” che vanno con insistenza circolando a sostegno di un immediato e “preventivo” intervento militare. Ultima e particolarmente grottesca variante di questa campagna: quella che riferisce di progettati attacchi cubani, con droni, alla base di Guantánamo e a istallazioni militari della Florida.
“Giustizia” a orologeria
Scoprire, o riscoprire a trent’anni di distanza – e sulla base di “prove registrate” che assolutamente nulla aggiungono a quanto fin dall’inizio si sapeva – “colpe” e responsabilità che, a torto o a ragione, Raúl non solo ha sempre ammesso, ma orgogliosamente rivendicato come una forma di “legittima difesa”, può, infatti, avere un senso solo come ovvio pretesto per possibili iniziative militari. O come molto trasparente strumento di pressione nella prospettiva d’una resa per fame di Cuba. O, ancora, come un molto ipocrita tentativo di conferire a quanto sopra un’aura di morale grandezza. “È finalmente scoccata l’ora della giustizia” hanno tuonato ieri l’altro, durante una conferenza stampa, i massimi dirigenti dell’esilio, Mario Díaz-Balart, Maria Elvira Salazar e Jorge Mas Santos. “Raúl, l’assassino Raúl – hanno aggiunto – ormai non ha scampo. Per lui non c’è che il carcere o l’esilio”.
L’ora della giustizia? Dovesse un ipotetico capoclasse esser chiamato – come si usava un tempo – a marcare sulla lavagna, in assenza del professore, i buoni e i cattivi di questa storia, si troverebbe di fronte ad un ben arduo compito. Fu (è) cattivo Raúl che ordinò l’abbattimento dei due aerei de “Los Hermanos al Rescate”? Certo, anche se quella dell’abbattimento dei CESSNA è molto (davvero molto) più in chiaroscuro di quello che l’esilio cubano – ora in compagnia d’una giustizia Usa ridicolmente “a orologeria” – vorrebbe far credere.

Cattivo il dittatore Fidel? Come no. Cattivo, cattivissimo. Anzi: il più cattivo dei cattivi, anche se il suo originale “La Historia me absolverá” potrebbe ancor oggi esser assunto come guida per la ricostruzione di una Cuba democratica. Cattivi tutti gli sbirri di un regime le cui promesse di giustizia ed eguaglianza si sono gradualmente trasfigurate in tirannia? Tutti cattivi, senza eccezioni. Anche se molti di questi cattivi, hanno, a suo tempo, ridato dignità a un popolo sottomesso, insegnato a leggere scrivere a contadini analfabeti e creato un sistema sanitario che, anche quando scremato dalla propaganda di regime, resta un ineguagliato miracolo politico e sociale
L’indipendenza che non fu
E tra i buoni chi ci mettiamo? Luís Posada Carriles e Orlando Bosh, venerati “eroi” dell’esilio cubano – i “duri” di Miami ancor oggi celebrano l’ “Orlando Bosh Day” – che, entrambi a libro paga della CIA, il 6 ottobre del 1976, fecero saltare in aria (73 morti) il volo Cubana de Aviación 455 che dalle Barbados riportava all’Avana la squadra nazionale di scherma di Cuba? O, ancora, gli agenti dell’intelligence Usa che, nel quadro della famosa “Operation Mongoose” organizzarono, durante almeno un paio di decenni, una industriale quantità di tentativi di omicidio dei Fidel Castro (631, secondo la notoriamente molto generosa propaganda del regime castrista, almeno 8 secondo la inequivocabile documentazione CIA resa pubblica grazie al FOIA (Freedom of Information Act)?
Tutta la storia di Cuba – e delle sue relazioni con il “potente vicino del Nord” – è complicata dal fatto che la battaglia per l’Indipendenza dell’isola dal giogo del colonialismo spagnolo è storicamente e tragicamente coincisa con l’esplosione del nuovo imperialismo statunitense.

Un’occhiata alle date, per meglio capire. Marco Rubio ed il Dipartimento alla Giustizia – da Trump trasformato in suo personale ufficio legale – hanno scelto con molto simbolica cura il momento del “discorso al popolo” e della incriminazione di Raúl Castro. Venti maggio, ufficialmente giorno della Indipendenza dalla Spagna, formalmente ottenuta nel 1902. Una data, questa, che, dopo la rivoluzione del 1959, Cuba ha smesso di celebrare, anticipando la festa di due giorni. Ovvero: celebrando, il 18 maggio, la morte in combattimento, nel 1895, di José Martí, l’indiscusso (indiscusso all’Avana come a Miami) eroe nazionale cubano.
Perché questo cambio? Per una semplicissima ragione. Perché quel che accadde il 20 maggio del 1902, a termine di due anni di occupazione militare statunitense, fu non una liberazione, ma un semplice passaggio di consegne dalla vecchia colonia spagnola al nuovo, seppur indiretto, dominio statunitense. Veniva ammainata la bandiera spagnola, sostituita dalla bandiera di una Cuba repubblicana, ma a “sovranità limitata”, retta da una Costituzione che, in virtù d’un emendamento concordato con gli USA – o meglio imposto dagli USA, forza occupante – concedeva al “potente vicino del Nord” un illimitato potere di intervento negli affari interni della nuova Nazione.
Martí: “impedire che gli Usa s’abbattano sulle nostre terre
Sette anni prima, poco prima di morire in combattimento a Dos Rios, José Martí, aveva avvertito il pericolo: “È mio dovere impedire – aveva scritto in una lettera, poi diventata un icona della Storia patria, inviata all’amico messicano Manuel Mercado – che…espandendosi in tutte le Antille, gli Stati Uniti si abbattano, con nuova forza, sulle nostre terre…”
E proprio questo la Storia ci dice: che gli Usa “si abbatterono”. E che, abbattendosi, trasformarono la vittoria dei patrioti “mambises” contro l’impero spagnolo, costata lacrime e sangue, nella creazione d’un loro protettorato. Ed è proprio qui – al protettorato -che, come un gambero, in un fetido “dejà vu”, conduce “The new path”, il “nuovo” cammino, che Marco Rubio ha ieri presentato ad un popolo cubano ormai esausto.
È in questo contesto che, ieri l’altro, il 20 di maggio, il Segretario di Stato ha pronunciato, nel nome di king Donald ed orgogliosamente esibendo le sue origini cubane, il suo “storico” discorso. Ed è in questo contesto che, due giorni prima, il 18 di maggio, quel che resta della rivoluzione cubana aveva, nelle tenebre d’un permanente blackout, annunciato la sua volontà di “difendere la Patria, da ogni assalto”.
Come andrà a finire questa Storia è impossibili dire. Ma altissime sono le probabilità che, come tutte le marce a ritroso, finisca in tragedia.

