Il bello del socialismo

Cuba elegge il suo”hombre más guapo” nel bel mezzo di una grave crisi economica. E d alte si alzano le grida di scandalo contro la “oggettificazione della bellezza”. Il tutto nel molto parrocchiale nome di un “socialismo” che non sa ridere. E che il diritto di ridere nega ai suoi cittadini.

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Mentre vanno correndo i proverbiali fiumi d’inchiostro sulla cronica e crescente penuria nella quale – per colpe altrui e per colpe proprie – sono costretti a vivere i cubani, OnCuba ci regala una notizia che, se dio vuole, va nella direzione opposta. Nella “Fábrica de Arte” dell’Avana – un centro dedicato alla produzione artistica in ogni sua forma – si è svolto un paio di settimane fa un concorso di bellezza maschile dal quale è uscito vincitore, con il prestigioso titolo di “hombre más guapo de Cuba”, o “Mister Cuba”, il 23enne musicista e modello Damián Cobas Masso di Santiago. Secondo arrivato Álvaro Díaz Hernández, di 18 anni.

Né all’uno né all’altro, tuttavia, toccherà l’onore rappresentare Cuba nelle analoghe manifestazioni che, a livello internazionale, sono in programmazione in diverse località del pianeta Terra. Ed in particolare a “Mister Earth”, in programma tra il 13 ed il 19 di agosto in quel di Maracaibo, in Venezuela. Ovvero: in un altro paese che, per volontà del “comandante eterno” Hugo Chávez, ha nell’ultimo ventennio seguito una sua particolare – e decisamente catastrofica – versione di socialismo. Perché? Perché, in seguito alle prevedibili e molto sdegnate reazioni ufficiali ed ufficiose, in rete e su carta stampata, entrambi i vincitori hanno deciso di rinunciare al titolo (che a questo punto, informa sempre OnCuba, è d’ufficio passato al terzo classificato, Alejandro Carrión).

Hanno fatto bene a rinunciare? O hanno fatto male? Io credo che abbiano fatto male. E credo che avrebbero dovuto con orgoglio rivendicare il loro diritto a far mostra della propria (virile?) beltà in patria ed all’estero. Cosa questa che mi vedo costretto ad ammettere, nonostante anch’io – come credo la maggioranza dei comunisti (ex, post o “mai stati”) – filosoficamente detesti tutti i concorsi di bellezza, maschili, femminili o di varia “fluidità”. E nonostante la mia prima tentazione sia logicamente stata – considerate queste premesse – quella del dileggio e della più graffiante satira. Magari con un fotomontaggio che allineava i muscolosi partecipanti – tanto nella versione in smoking quanto in quella in costume da bagno, o “trusa” come si dice a Cuba – in una delle interminabili code che il “cubano de a pie” deve affrontare ogni santo giorno per mettere qualcosa sotto i denti suoi e della sua famiglia.

Come sono giunto a questa – apparentemente paradossale e contradditoria – conclusione? Partendo proprio dalla satira. O, più esattamente, dalla qualità del dileggio e della satira che – dentro Cuba o nei dintorni della medesima – la notizia ha provocato. L’esempio più significativo è quello offerto dal Caimán Barbudo, storica pubblicazione cubana il cui storico e dichiarato obiettivo – storico nel senso che le suetracce si perdono, ormai, nella notte dei tempi – è, per l’appunto, quello di far satira. Ecco, senza ulteriori indugi, quel tra l’altro che satiricamente scrive, nella sua pagina web, la rivista:

La realizzazione di concorsi di bellezza, come Mr. Cuba, solleva interrogativi sulla direzione che stiamo prendendo come società. Dopo decenni di lotta per l’uguaglianza, la giustizia sociale e la promozione di valori più profondi, è preoccupante vedere come ci lasciamo sedurre da eventi che sottolineano la superficialità e l’oggettificazione delle persone. Ci troviamo di fronte a un dilemma, poiché questi concorsi promuovono una visione ristretta della bellezza e possono compromettere i progressi compiuti nella costruzione di una società più equa”.

Et voilá. Questa – questo predicozzo (“teque” in cubano) che suona (e pesa) come un bollettino parrocchiale – è quella che, dopo sessanta e passa anni di “socialismo”, a Cuba si chiama satira. Una mattonella grigia che davvero, per riprendere la prosa ed i concetti del Caimán Barbudo, “solleva interrogativi sulla direzione” d’una società che sta perdendo, anzi, che ha da tempo perduto la capacità di ridere. O meglio: di una società che – basta per questo ascoltare le barzellette che si raccontano “en la calle” – ha ridotto alla clandestinità il diritto più importante dopo quello alla vita: quello di ridere di se stessi e degli altri.

Va da sé che in tanto grigiore anche una sfilata di corpi “oggettificati” e “superficiali”, finisce per diventare un raggio di luce, un momento di libertà e bellezza. Dopotutto viviamo in tempi nei quali ci si deve accontentare del meno peggio. O scegliere, quando è possibile, il lato meno oscuro della vita.

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