Acto de repudio a Miami

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No, non è la stessa cosa. Non lo è per l’ovvia ragione che, bene o male (forse più male che bene), Miami vive, contrariamente all’Avana, in un contesto nel quale la libertà di pensiero non viene istituzionalmente negata. E tuttavia non v’è, a dispetto d’una tanto essenziale differenza, dubbio alcuno: alle radici del caso che, nei giorni scorsi, ha visto protagonista il venezuelano Ozzie Guillen, fresco manager (“piloto” per i fans di origine ispana) dei Marlins (“los peces”, i pesci) – si muove, anzi, ribolle come un classico brodo di coltura, un’analoga forma mentis, un modo assolutamente speculare di concepire la vita e i rapporti con le altrui opinioni. La stessa forma mentis e la stessa concezione dell’umana convivenza, per intenderci, che è alla base di quella parodia guidata dell’indignazione popolare – o meglio, di quella forma di squadrismo – dall’altro lato dello Stretto della Florida abitualmente definita, dai castristi d’ogni collocazione gerarchica, “actos de repudio”. Ripudio, naturalmente, contro chi dissente.

Il caso è questo. Fresco arrivato in quel di Miami, dopo molte stagioni alla guida dei White Sox di Chicago, Guillen è stato di recente intervistato – a cuore aperto, come si usa dire – dal settimanale Time. E tra le molte cose che ha raccontato di sé stesso, della sua lunga carriera di giocatore e d’allenatore, della sua vita e delle sue non sempre irreprensibili abitudini (quella del bere, soprattutto) ha pronunciato una frase che, all’istante, ha fatto risuonare tutti i campanelli d’allarme nei quartieri alti dell’esilio cubano. “Io rispetto Fidel Castro – ha detto Ozzie al suo intervistatore– Sa perché? Perché molta gente ha cercato di ammazzarlo negli ultimi 60  anni. Però quel figlio di…ancora è lí…”.

Per chiunque non abiti nella Miami-Dade County e, a Miami, non spenda la sua esistenza nella bolla ideologica dell’esilio cubano – luogo notoriamente impermeabile alle ragioni del tempo e, più in generale, alle ragioni della Dea Ragione – ben difficile è trovare in questa serie di parole qualcosa che (fatta eccezione, forse, per lo stesso Fidel e per la buon anima di sua madre) possa risuonare offensivo. Ozzie, che in vita sua mai ha manifestato alcuna simpatia per la sinistra (foss’anche nelle sue più moderate forme) non fa in fondo che questo: dare a Fidel, con il linguaggio d’un ruvido “uomo di sport”, quello che a Fidel concede ogni storico degno di questo nome. Perché, libertador o tiranno, Fidel ha davvero vittoriosamente fronteggiato, per oltre mezzo secolo, una grande potenza che prima di lui aveva – dalla cacciate della Spagna nel 1902 alla rivoluzione del ‘59 – mantenuto Cuba in uno stato semi-coloniale; e che sulla sua barbuta capoccia (sua di Fidel) ha, per molti anni, posto una consistente e persistente taglia (vedi operazione mongoose).

Non a Miami. Non per i dinosauri che, nonostante tutto, continuano a guidare l’esilio cubano. In questo pezzo di mondo – o meglio, nella bolla che occupa una parte di questo pezzo di mondo per altri versi assolutamente normale – le parole di Guillen sono, semplicemente, risuonate come una bestemmia. Ed una bestemmia – come dall’altro lato dello stretto, nel tempio del castrismo –impone anche qui un acto de repudio. Il quale acto, a sua volta reclama l’ammenda, o meglio, l’umiliazione di un auto de fé. I Marlins prima e lo stesso Ozzie poi, hanno dovuto sottomettersi – a colpi di pubbliche dichiarazioni – a cerimonie di pentimento ed espiazione. Mai e poi mai, ha fatto sapere il manager della squadra di baseball metaforicamente flagellandosi, era stata sua intenzione dire una sola parola che, riferita a Fidel Castro, potesse, non già risuonare favorevole, ma oscurare il ribrezzo che  lui, Oswaldo, “Ozzie” Guillen , prova per il personaggio (disprezzo che, ovviamente, s’estende anche al suo connazionale Hugo Chávez). E se in questo ha fallito, ha subito aggiunto, il capo cosparso di cenere, la sua colpa è tale da non meritare perdono. “Dal più profondo del mio cuore vi chiedo di credere alle mie parole. E se così non dovesse essere, non potrei rimproverarvi. Ho vissuto 12 anni a Miami (da giocatore, negli anni ’90 n.d.r.) e so quello che per voi significa tutto questo…”.

Solo è mancato che, a questo punto, Ozzie completasse la sua confessione con la denuncia di tutte le “quinte colonne” del castrismo che si annidano nelle file dei Marlins. Ma, per il resto, la cerimonia (una cerimonia tutt’altro che nuova a Miami) è apparsa identica a quelle nelle quali, alla corte dei fratelli Castro, a molti intellettuali (vedi il caso Padilla, riconosciuto archetipo d’un orrore mai venuto meno) si chiedeva e si chiede, pena l’ostracismo (o, in non pochi casi, il carcere) di spogliarsi della propria dignità nel nome della Rivoluzione.

Ed il bello è, naturalmente, proprio questo: contrapposti ed identici – sia pur con la differenza di contesto di cui sopra – i processi agli infedeli che si svolgono a Miami e quelli che svolgono a Cuba, si alimentano l’un l’altro. Perché sono figli della stessa madre – o meglio, sono figli della stessa guerra – e, come buoni fratelli, garantiscono, combattendosi, l’uno l’esistenza dell’altro. Nessuno poteva pretendere fosse Ozzie Guillen – un uomo di sport che a Miami vuol continuare a vivere e ad allenare – a rompere questo circolo vizioso. Ma Ubre Blanca è ottimista. Prima o poi anche per i signori del ripudio verrà, dall’una e dall’altra parte, il giorno del ripudio. E allora…

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