Il presidente Donald Trump continua a praticare avanti un’aggressiva campagna di deportazione che ha portato a vere e proprie nelle città e nei paesi degli Stati Uniti, apparentemente per detenere il maggior numero possibile di individui privi di documenti i. Molti degli arrestati vengono successivamente tenuti in detenzione e allontanati dal Paese.
Per molti americani, il flusso costante di controversie, drammi e scandali rende difficile comprendere la portata delle azioni dell’amministrazione. Sotto la direzione di Stephen Miller, Trump ha lanciato una delle campagne di deportazione più aggressive della storia recente. A differenza del presidente Barack Obama, che ha anche intrapreso un importante sforzo di deportazione (i critici lo avevano definito il “deporter in chief”), non c’è più alcuna contropartita. Ovvero: nessuna parallela volontà o sforzo di garantire, prima della deportazione, un percorso verso la cittadinanza in cambio della posizione intransigente.
Una delle prove più drammatiche di quanto siano cambiati gli atteggiamenti politici nei confronti dell’immigrazione è incentrata sugli immigrati cubani negli Stati Uniti, che da tempo sostengono politiche anticomuniste intransigenti e spesso votano repubblicano in città come Miami. Nel 1966, il Congresso approvò la Legge di Aggiustamento Cubano che prevedeva protezioni speciali per le persone fuggite dal regime di Fidel Castro.
Ma 60 anni dopo, i cubani che per decenni hanno beneficiato di speciali tutele in materia di immigrazione sono ora deportabili tanto quanto gli altri non cittadini. Prima dell’inizio dell’estate, gli Stati Uniti avevano già deportato in Messico oltre 4.300 cubani. Mentre l’amministrazione Trump accelera la sua retorica minacciosa su Cuba, con alcuni osservatori che prevedono una possibile azione militare dopo un brutale blocco economico, ci sono poche prove che i rifugiati che sono arrivati negli Stati Uniti possano riposare più facilmente.
Queste politiche segnano un drammatico capovolgimento rispetto al modo in cui molti americani pensavano agli immigrati, ai rifugiati e alle persone in esilio durante gli anni ’60. A quel tempo, la politica pubblica si concentrava sull’apertura delle porte della nazione e sull’utilizzo del patrimonio migratorio del Paese per rafforzare gli Stati Uniti nella lotta contro i loro avversari più pericolosi. Invece di enfatizzare l’esclusione e la deportazione, accogliere i nuovi arrivati era un pilastro centrale della politica statunitense in un’era precedente.
Così comincia l’articolo che Foreign Policy ha dedicato, a firma di Julian E. Zelizer, al nuovo – e non più “speciale“ status dei cubani rifugiati negli Stati uniti. Clicca qui per leggere, in inglese, l’intero articolo nel sito di Foreign Policy.

