Duque, un premio ridicolo

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Non so se Oswaldo Payá, il dissidente cubano morto in un misterioso incidente d’auto nel luglio del 2012, si stia in questo momento rivoltando nella tomba. Ma certo è che il premio “per la difesa dei diritti umani” consegnato in questi giorni in suo nome a Ivan Duque, attuale presidente colombiano, assomiglia assai ad una barzelletta molto mal raccontata. O, peggio, ad un molto greve insulto alla memoria d’un personaggio – Oswaldo Payá, per l’appunto – che alla difesa dei diritti umani ha davvero, nel bene e nel male, sacrificato la vita. Stando alle parole con le quali la Fondazione Oswaldo Payá ha motivato l’attribuzione del premio, Duque avrebbe meritato il riconoscimento in virtù del fatto che, all’interno del cosiddetto “gruppo di Lima”, ha “levato la sua voce in difesa dei valori istituzionali e repubblicani” condannando le violazioni dei diritti umani in atto in Venezuela.

Ora, che i diritti umani vengano – e non da oggi – violati nella Venezuela bolivariana, ormai ridotta a dittatura, non v’è dubbio alcuno. Ma assolutamente – direi, anzi, palissianamente – certo è anche che il Venezuela e (di riflesso) Cuba non sono gli unici posti al mondo nei quali tali diritti vengono sistematicamente violati, né presumibilmente quelli nei quali vengono violati nel modo più cruento. Ed ancor più storicamente certo è che, tra i paesi nei quali i diritti umani sono stati, nell’ultimo mezzo secolo e passa, più sanguinosamente violati, figura proprio la Colombia, paese di massacri, di espropriazioni forzate, di sequestri e violenze d’ogni genere sullo sfondo di una guerra civile che, cominciata con la “Violencia” nel 1948, ancora non è del tutto finita – anzi, sembra ricominciare ogni giorno – nonostante i recenti processi di pace.  

Una parte della peggior parte…

massacro di El Salado
Immagini dal massacro di El Salado, 18 anni fa

Ivan Duque è parte di questa storia. E non ne è, in alcun modo, una bella parte. Anzi, alla pari del suo grande mentore, Alvaro Uribe, ne è – mi si perdoni il gioco di parole – parte della peggior parte: quella legata alle attività dei “paracos” della AUC, la controguerriglia organizzata dalla oligarchia terriera e dai narcotrafficanti, responsabile secondo Amnesty di più dell’80 per cento delle violazioni dei diritti umani consumatesi, nel più cruento e macabro dei modi, in tutta la Colombia.

Anche per ragioni anagrafiche, Duque non ha mai, che si sappia, direttamente o indirettamente partecipato a massacri o altri crimini. Ma questa è – sempre al lato della ferocia oligarchica e della violenza paramilitare – la sua storia politica e personale. Una storia che è ridicolo spazzare sotto il tappeto solo perché il presidente colombiano si è, in questi mesi, mostrato particolarmente attivo nel denunciare la deriva dittatoriale del Venezuela chavista. I responsabili della fondazione Oswaldo Payá sembrano invece credere – in una testimonianza di ipocrisia che ricorda lo scandalo delle indulgenze papali d’altri tempi – che il denunciare le violazioni (che pure sono molte) consumate nel solo Venezuela, o nella sola Cuba, sia di per sé in grado di mondare ogni peccato.

Non è così. In un ipotetico (molto ipotetico, purtroppo) paradiso per i difensori dei diritti umani non vi sarebbe, per Ivan Duque, posto alcuno. E probabilmente troppo generosa sarebbe, per lui, anche una molto prolungata permanenza in purgatorio. Il premio consegnatogli (in coppia con quello riconosciuto a Nikki Haley, ex ambasciatrice USA alla Nazioni unite, altra storia ridicola) non rende un gran servizio né alla memoria del povero Payá, né alla battaglia per riportare la democrazia in Venezuela.

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