Fidel, herborista en jefe

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[highlight]Ci risiamo. Fidel torna a occuparsi –pare a tempo pieno – di agricoltura. Ed Ubre Blanca torna, rivoltandosi nella tomba, a rivivere la sua personale tragedia. [/highlight]In una nuova, folgorante mini-riflessione (50 parole in tutto) il líder máximo ha infatti affrontato ieri – ancora una volta in molto stringato e molto perentorio stile – quello che sembra esser il principale soggetto dei suoi misteriosi FC. Ovvero, per l’appunto: il problema dell’alimentazione umana in un pianeta a rischio d’estinzione. Ed in particolare in quel lembo di pianeta (Cuba, per l’appunto) del quale, non senza qualche valida pezza d’appoggio, lui si considera il vero padre (o il padre-padrone), specie quando si tratta di decidere che cosa mettere in tavola.

“Le condizioni sono ormai date – scrive Fidel su Cubadebate – perché il Paese cominci a produrre massivamente moringa oleifera e gelso bianco, piante che sono, oltretutto, fonti inesauribili di carne, uova, fibre di seta che possono essere lavorate artigianalmente e generare lavoro all’ombra e ben remunerato, senza distinzione di età o sesso”.

L’idea telegraficamente trasmessa, nelle vesti di dietologo, dal padre della rivoluzione cubana non è, in realtà, né nuova né, tantomeno, peregrina (o criptica, come accaduto in precedenti messaggi). Le virtù alimentari della moringa oleifera – non per caso da molti definita la “pianta-miracolo” – sono infatti da tempo esaltate, come fonte alternativa di calorie e vitamine, tanto dagli agronomi quanto dagli esperti di alimentazione (umana ed animale). Ed altrettanto dicasi – anche se mi pare in una scala minore – del gelso bianco, un tempo considerato cibo esclusivo del baco da seta. E tuttavia assai probabile è che, a dispetto del suo non troppo originale contenuto, questo nuovo messaggio del comandante en jefe (il settimo in forma ultra-concentrata) abbia fatto correre un brivido d’orrore lungo la schiena di molti cubani (e non cubani). O, quantomeno, lungo la schiena di quelli che– per il triste privilegio dell’età o per studio – vantano qualche grammo di memoria storica. Perché tanta paura?

Per due motivi, tra loro strettamente interconnessi. Vale a dire: per la fonte da cui sgorga l’invito e per l’uso d’un avverbio – “massivamente” – che nella storia del castrismo sempre è stato foriero di catastrofi ecologico-economiche di bibliche proporzioni. Il Fidel Castro che oggi reclama una “massiva” introduzione di alberi virtuosi, è infatti – sia pur in versione senile, Madre Natura non perdona – il medesimo Fidel Castro che, nel corso della rivoluzione, ha ordinato molte altre radicali (ed immancabilmente fallimentari) trasformazioni del modo di produzione agricola. Sempre partendo da conoscenze (le medesime che ora trasmette via FC) frutto d’una enciclopedica e vulcanica mente (la sua). E sempre con la ferma intenzione di risolvere, una volta per tutte, il problema della indipendenza aalimentare dell’isola.

Gli esempi – che vanno dalla famosa “zafra dei 10 milioni” agli esperimenti per la creazione d’una “perfetta” vacca da latte cubana – sono molti e, non di rado, grotteschi (come quasi sempre sono i momenti di confusione tra scienza e politica). Ma vale qui la pena ricordarne uno: quello che, agli inizi degli anni ’70, portò alla distruzione del cosiddetto “Cordón de la Habana”, il sistema delle “fincas” che, all’intorno della capitale, coltivavano in abbondanza alberi da frutta. L’ordine, eseguito in poche settimane con trattori e catene, era quello di sostituire i frutteti con piantagioni di caffè “caturra”, una variante che di norma cresce solo in montagna, ma che Fidel, sostenuto dal coro degli “yes men” che lo circondavano, era convinto potesse proliferare in pieno sole ed in piena pianura. Risultato finale: il caffè “caturra” non crebbe, ed i cubani rimasero senza frutta, riapparsa poi in forma ridotta qualche anno più tardi, ma destinata solo ai turisti. E non è, questo, che un piccolo dettaglio, un frammento nei panorami d’un più generale disastro: quello che vede oggi l’agricoltura cubana – passata dagli orrori del latifondismo privato a quelli del latifondismo di stato – congelata, in pressoché tutti i settori, su livelli di produttività molto inferiori a quelli di prima della rivoluzione.

Sarebbe bello – bello ed indiscutibilmente utile visto che , notoriamente, chi ignora la propria storia è condannato a ripeterla – se un giorno Fidel tornasse, in forma critica concentrata o estesa, non importa, e magari con esplicito riferimento agli “aggiornamenti” messi timidamente in moto dal fratello Raúl) su questi brandelli di storia cubana e sua personale. Ma le possibilità sono minime. Perché Fidel, da sempre, fa autocritica solo denunciando errori commessi da altri. E perché, da qualche tempo, il líder máximo – che, pure, non cessa di scrivere (o dettare) libri di memorie, sembra esser entrato in un’area di “innocenza” che lo protegge dal suo stesso passato. Settimane fa, parlando con uno studente latinoamericano, durante la presentazione del suo ultimo libro, “Il guerrigliero del tempo”, Fidel aveva chiesto a bruciapelo. “Hai studiato l’inglese?”. E ricevuta una risposta negativa aveva subito aggiunto: “Devi studiarlo, perché oggi tutti studiano inglese…I cubani, invece, hanno pensato di studiare il russo (a los cubanos se les dió para estudiar el ruso)”…

Gente stravagante, questi cubani. Chissá a chi, per primo, venne a suo tempo in mente un’idea tanto bizzarra…

dal blog di Massimo Cavallini per Il Fatto Quotidiano

 

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